Posso andare in montagna?
Testo elaborato dal dott. Andrea Ponchia – Cardiologo (07/2007)
L’ambiente montano presenta alcune caratteristiche fisiche (carenza di ossigeno,
bassa temperatura) che richiedono al nostro organismo alcuni aggiustamenti per far
fronte alle modificate condizioni ambientali. Salendo in quota la pressione atmosferica
diminuisce e con essa l’ossigeno a disposizione del nostro organismo (a 3000 m la
pressione parziale di ossigeno si riduce di quasi un terzo). Questo fatto determina,
man mano che si sale, dei meccanismi di compenso nel nostro organismo quali un aumento
della frequenza ed ampiezza degli atti respiratori (ventilazione polmonare) e della
quantità di sangue pompata dal cuore grazie all’aumento della frequenza dei suoi
battiti. Questo secondo meccanismo comporta, ovviamente, un aumento del lavoro del
cuore e quindi delle sue stesse richieste di ossigeno, con il rischio che queste
non siano completamente soddisfatte in presenza di gravi ostruzioni coronariche.
Per questo motivo è importante che, anche in presenza di una malattia coronarica,
questa non sia così grave da compromettere l’apporto di sangue al cuore anche in
condizioni di aumentato carico di lavoro come durante sforzo.
Sulla base dell’esperienza personale e di quanto riportato in letteratura, si può
affermare che i pazienti coronaropatici (inclusi quelli con pregresso infarto o
sottoposti a procedure di rivascolarizzazione coronarica), senza terapia o in terapia,
che a livello del mare non presentino sintomi, dimostrino una buona capacità lavorativa,
con normale comportamento di frequenza cardiaca e pressione arteriosa durante la
prova da sforzo eseguita in pianura e portata a termine in assenza di angina, di
alterazioni elettrocardiografiche e/o di importanti aritmie, possono soggiornare
in montagna e praticare, nella stagione estiva, l’escursionismo fino a quote anche
di 3000 m. Essi devono però evitare passaggi particolarmente esposti e vie attrezzate
che richiedono un elevato impegno muscolare di tipo isometrico, per l’eccessivo
aumento della pressione arteriosa indotto da questo genere di sforzo. Nella stagione
invernale possono altresì praticare sia lo sci di fondo che di discesa fino a quote
di 3000 m. I rischi appaiono infatti legati a fattori indipendenti dall’altitudine,
quali l’esposizione al freddo eccessivo od un intenso stimolo emotivo, come un’improvvisa
situazione di pericolo, condizioni che pertanto andranno evitate. Anche se il rischio
di male acuto di montagna non sembra aumentato nei pazienti coronaropatici, altitudini
più elevate andranno evitate in tutti i casi potenzialmente a rischio e comunque
valutate per il singolo paziente.
Più complessa è la problematica relativa alle altre cardiopatie congenite ed acquisite.
Da un punto di vista generale, vizi valvolari lievi e piccoli shunt sinistro-destri,
in buon compenso emodinamico, non controindicano la permanenza e l’attività fisica
in quota, come d’altra parte neppure l’attività sportiva. Un approccio individuale
per ogni paziente dovrà pertanto essere adottato nel caso di un maggiore grado di
severità della cardiopatia o di cardiopatie a rischio di sincope o morte improvvisa,
come stenosi aortica, miocardiopatia ipertrofica e miocardiopatia aritmogena.
Il giudizio circa la possibilità di soggiorno ed attività fisica in montagna dovrà
infatti tener conto sia della situazione clinica del paziente cardiopatico sia delle
caratteristiche dell’ambiente montano. Inoltre l’isolamento e la non immediata possibilità
di accesso a strutture ospedaliere attrezzate possono rappresentare situazioni potenzialmente
pericolose in caso di sincopi, lipotimie o capogiri anche in assenza di vere e proprie
difficoltà alpinistiche e a prescindere dalle semplici conseguenze dell’ipossia
d’alta quota, come pure i pazienti in trattamento con terapia anticoagulante, nell’affrontare
delle attività escursionistiche, dovranno tenere presente, nel caso di traumi, la
possibilità dell’aumentato rischio emorragico dovuto all’impiego dei farmaci anticoagulanti.
L’esposizione alla quota ha un effetto variabile sui valori della pressione arteriosa
sia nei soggetti normali, sia nei pazienti ipertesi. I pazienti ipertesi presentano
una tendenza a valori sistolici più elevati già dopo poche ore a media quota, tendenza
che si estende anche ai valori diastolici dopo 24 ore. Successivamente la pressione
arteriosa aumenta durante la prima settimana di permanenza in quota, sia nel normoteso
che nell’iperteso, come dimostrato anche mediante monitoraggio ambulatoriale non
invasivo per 24 ore.
Il paziente iperteso può soggiornare in montagna anche fino a quote di 3000 m, purché
in buon controllo terapeutico, e praticarvi una moderata attività fisica come l’escursionismo
o, nella stagione invernale, lo sci di fondo o di discesa, tenendo presente che
il freddo è un ulteriore fattore aggravante l’ipertensione. Egli, però, dovrà controllare
frequentemente i valori pressori, specie durante la prima settimana di soggiorno
in quota, con eventuali aggiustamenti posologici della terapia e porre la consueta
attenzione alle norme igienico-dietetiche.
CONTROINDICAZIONI CARDIOVASCOLARI ASSOLUTE AL SOGGIORNO ALLE MEDIE QUOTE (1800–3000 m)
• Infarto miocardico recente (< 4 settimane)
• Angina instabile
• Scompenso cardiaco congestizio
• Forme gravi di valvulopatia od ostruzione all’efflusso ventricolare
• Aritmie ventricolari di grado elevato (> 4a di Lown)
• Cardiopatie congenite cianogene o con ipertensione polmonare
• Arteriopatia periferica sintomatica
• Ipertensione arteriosa grave o mal controllata
CONSIGLI GENERALI PER I PAZIENTI CARDIOPATICI
Affinché l’attività fisica durante un soggiorno in montagna non sia pericolosa, ma benefica, occorre inoltre tenere sempre presenti alcune norme generali.
• Prima di salire in quota eseguire un’accurata valutazione clinico-funzionale, per stabilire il grado di severità della malattia, il livello di compromissione funzionale, il rischio di possibili complicanze e l’adeguatezza della terapia.
• Durante i primi di giorni di soggiorno in quota, finché si svolgono le prime fasi del processo di acclimatazione, limitare l’attività fisica.
• Evitare passaggi particolarmente esposti e vie attrezzate che richiedono un elevato impegno muscolare di tipo isometrico e rappresentano un intenso stimolo emotivo.
• Cominciare lo sforzo lentamente e aumentarlo gradualmente; non interrompere mai bruscamente.
• Non fare sforzi importanti subito dopo mangiato. Attendere almeno due ore anche dopo un pasto leggero.
• Ridurre l’entità dello sforzo ed eventualmente evitare l’attività fisica in condizioni climatiche sfavorevoli (giornate molto fredde e ventose o molto calde e umide).
• Prestare attenzione agli eventuali disturbi che insorgono durante lo sforzo o subito dopo (dolori al torace, dispnea, vertigini, affaticamento eccessivo) ed eventualmente contattare il medico.
• Fare attività fisica solo quando si è in buone condizioni generali.