Il
Cardiopatico e la Ginnastica
Testo elaborato dal Dott. Enzo Mantovani – Cardiologo* (06/2007)
Perché
svolgere training fisico?
La
società attuale si caratterizza purtroppo per la scarsa propensione al
movimento; come esempio il 38% della popolazione USA è inattiva e
il 57% degli Europei svolge un’attività fisica quotidiana inferiore a
30’ (66% in Italia).
L’inattività fisica è un fattore di rischio per malattie del sistema
cardiovascolare: in
particolare, il rischio relativo di malattia coronarica correlabile ad
inattività fisica aumenta da 1.5 a 2.4 volte ed è paragonabile a tutti
gli altri fattori di rischio tradizionali come l’ipertensione arteriosa,
l’ipercolesterolemia, il fumo; vale la pena ricordare che il 12%
della mortalità in USA è direttamente riconducibile ad inattività
fisica.
Sono noti gli effetti favorevoli
dell’attività fisica nella riduzione di eventi cardiovascolari più o
meno gravi (angina pectoris, infarto miocardico, necessità di
rivascolarizzazione, ictus cerebrale, morte) sia nella popolazione
generale che in cardiopatici.
I maggiori benefici si ottengono praticando
attività fisica di moderata intensità
Come
agisce l’allenamento fisico?
I principali effetti dell’allenamento
continuativo sottomassimale in aerobiosi (senza eccessiva
produzione di acido lattico) sono:
1. Incremento della capacità
funzionale e lavorativa, con aumento della durata di esercizio e maggior
resistenza allo sforzo; si ottiene un aumento della massima captazione
ed utilizzo di ossigeno da parte del corpo umano durante sforzo.
2.
iduzione della pressione
arteriosa (PA) e della frequenza cardiaca (FC) a riposo e a carichi
sottomassimali; questo comporta una riduzione del consumo di
“carburante” (l’ossigeno) da parte del cuore a parità di sforzo eseguito
(evidenziabile confrontando i risultati prima e dopo un programma di
allenamento);
3. Riduzione del Colesterolo totale,
del Colesterolo LDL (dannoso), dei Trigliceridi, della glicemia a
digiuno; incremento del Colesterolo HDL (protettivo); calo
del peso corporeo.
4. Riduzione delle catecolamine
circolanti(adrenalina e noradrenalina),
le quali sono responsabili, quando in
eccesso, dell’insorgenza di gravi aritmie
5. Riduzione del numero,
dell’adesività e aggregabilità delle piastrine (NB.: le piastrine sono
le cellule del sangue responsabili della formazione del primo “tappo”
coagulativo, tappo che però può chiudere i vasi sanguigni).
6. Riduzione della potenza della
risposta coagulativa (ridotta efficacia delle proteine del sangue nel
formare un trombo-coagulo); attivazione del sistema fibrinolitico
(aumentata capacità di sciogliere il trombo-coagulo).
7. Potenziamento della capacità
autonoma delle arterie di dilatarsi.
8. Riduzione dello stress psicofisico e
maggiore possibilità di rilassarsi.
E’ importante ricordare che, viceversa,
lo sforzo intenso, massimale, è potenzialmente pericoloso
soprattutto in cardiopatici o in persone poco allenate. Aumentando
molto la pressione arteriosa e la frequenza cardiaca, lo sforzo intenso
incrementa in maniera eccessiva
l’energia che il cuore deve produrre per funzionare a elevato regime
aumentando sia il rischio di aritmie che il
rischio di trombosi.
Quali
sono i risultati?
In cardiopatici sottoposti a riabilitazione
cardiologica, la riduzione della mortalità totale è pari al 27 %,
mentre quella cardiovascolare raggiunge il 31 %. Tali
risultati si sono ottenuti in infartuati, in operati di by-pass
aorto-coronarico, in soggetti sottoposti a PTCA ed anche in semplici
anginosi. L’attività fisica è una componente fondamentale della
riabilitazione cardiologica. Significativo è il miglioramento della
capacità funzionale: l’incremento del VO2 picco (massimo consumo
di ossigeno) varia da 11 a 66%; nei soggetti con ischemia
miocardica se ne ottiene la riduzione e se ne innalza la soglia.
Effetti favorevoli in termini di capacità funzionale e di prognosi sono
segnalati anche in pazienti con disfunzione ventricolare sinistra e/o
con scompenso cardiaco, come pure buoni risultati sono stati ottenuti in
soggetti anziani. Si ribadisce che l’esercizio fisico migliora il quadro
metabolico (glicemia, assetto lipidico), quello emocoagulativo con
attivazione del sistema fibrinolitico, riduce il livello di catecolamine
circolanti così da diminuire il rischio di aritmie maligne. Si tenga
presente che per ogni incremento di capacità funzionale
(misurabile mediante test ergometrico) pari a 1 met (1 met è
uguale al consumo di ossigeno dell’organismo di una persona a riposo),
si ottiene un aumento di sopravvivenza del 12%, indipendentemente
dalla terapia in atto, mentre per ogni minuto in più al test da
sforzo il calo di mortalità è pari al 8%. La riduzione nel
rischio di mortalità nella popolazione generale raggiunge il 44%
confrontando soggetti allenati e non.
Qual è il
tipo di allenamento ideale?
Il tipo di training fisico preferito in
prevenzione cardiovascolare è quello dinamico, ritmico (isotonico, in
aerobiosi) a bassa-moderata resistenza, che non comporti produzione in
eccesso di acido lattico da parte dei muscoli in esercizio: esercizi a
corpo libero, bicicletta e/o cyclette, passeggiate di buon passo
all’aperto e/o tappeto ruotante, voga leggera (tenere presente che
l’attività con le braccia aumenta maggiormente la frequenza cardiaca).
L’attività con componente isometrica e alta
resistenza (pesi) è generalmente sconsigliata, anche se in alcuni
soggetti selezionati, individualizzando bene i carichi e gli esercizi,
può essere vantaggiosa.
La durata di una seduta va da 20 a
60 minuti o più, con una frequenza da tre a cinque-sette volte a
settimana.
L’intensità da applicare nei primi
periodi di allenamento deve corrispondere ad uno sforzo moderato:
circa 4 mets per le donne e 6 mets per gli uomini; è caratterizzato da
un impegno fisico corrispondente al 45-60% della massima capacità
funzionale e frequenze cardiache dal 60 al 75% della massimale teorica
(**) o della massima raggiunta ad un test ergometrico (specie per
soggetti in terapia farmacologica cardiaca); questo tipo di attività
fisica è particolarmente indicata nei soggetti ipertesi e nei sovrappeso.
Solo in un secondo momento, persistendo benessere soggettivo, buon
compenso e stabilità clinica, si può passare ad uno sforzo vigoroso
caratterizzato da un impegno fra il 61 e il 75% della prestazione
massima (6 mets o più per donne, 8/>8 per uomini) con FC allenanti che
vanno dal 70 al 85% della massima.
Si ricorda che per ogni incremento di
capacità funzionale pari a 1 met, si ottiene un aumento di sopravvivenza
del 12%.
Per concludere si ribadisce che
l’effetto favorevole dell’allenamento fisico sui più importanti
fattori di rischio cardiovascolare quali diabete mellito,
dislipidemia, ipertensione arteriosa, sovrappeso e sul versante
emostatico-coagulativo, va ben oltre il semplice miglioramento della
capacità funzionale (resistenza allo sforzo); è anche importante
ricordare l’effetto di vasodilatazione endotelio-mediata
(proprietà delle arterie di produrre sostanze vasodilatatrici per
migliorare il flusso di sangue circolante) che si ottiene sia in
arterie sane che malate; come detto tali effetti si traducono in
riduzione di mortalità e morbilità.
L’efficacia dell’intervento combinato di
training fisico ed intervento educazionale sulla riduzione della
progressione della malattia coronarica e sugli eventi a distanza è
dimostrata, come detto, sia nella popolazione generale sia in tutti i
soggetti affetti da patologia cardiovascolari: infartuati, operati di
by-pass aorto-coronarico, soggetti sottoposti a PTCA, semplici anginosi,
pazienti con vasculopatia cerebrale e periferica, ribadendosi come
l’effetto benefico sia largamente legato ad attività fisica regolare
mantenuta nel tempo.
Ancora, si deve tenere sempre presente che
l’attività fisica ludica è protettiva, mentre la fatica fisica
lavorativa non protegge l’apparato cardiovascolare, per cui non si deve
pensare di sostituire il training fisico dedicato alla ricerca del
benessere con un lavoro eccessivo e stressante.
* dott. Enzo
Mantovani - Dirigente della Unità Semplice di Cardiologia Riabilitativa,
AULSS 15, P.O. Camposampiero (PD).
** NdR.: la
frequenza cardiaca massimale teorica in un soggetto sano è calcolabile
sottraendo l’età da 220; per esempio, un uomo di 65 anni ha una
frequenza cardiaca massimale teorica di 220 meno 65 e cioè 155 (battiti
al minuto). Nelle Persone affette da cardiopatia o in trattamento con
farmaci (p.es. betabloccanti) la frequenza cardiaca di allenamento va
calcolata dal Medico.
NdR.: Per ulteriori informazioni
sull’intensità dello sforzo consultare in : “Prevenzione” il capitolo
“Quanti sforzi posso fare” e/o “Consumo energetico di alcune attività
fisiche”